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Una volta terminata la cottura le pietre, lasciate raffreddare, venivano caricate su di un traìno e trasportate al cantiere, il carico poteva raggiungere anche i 10 – 12 quintali.
Ogni capomastro, lu mesciu, aveva il suo caucinaro ed, ad esempio, nel comune di Copertino attorno agli anni ’60 del Novecento ve ne erano circa quattro. Una volta scaricato il contenuto in cantiere dei manovali si occupavano dello spegnimento realizzando delle vasche chiamate “camini di cauce”.
Non appena la calce viva veniva a contatto con l’acqua dolce contenuta nelle pile, una violenta reazione chimica sprigionava così tanto calore da portare all’ebollizione istantanea l’acqua e al contempo le pietre fondendo diventavano come gelatinose. Spesso capitava che a causa dell’impeto dell’ebollizione alcuni schizzi raggiungessero gli operai addetti allo spegnimento con casi di forti ustioni agli arti e molti episodi di cecità. Se durante l’estinzione la calce assorbiva molta acqua veniva definita grassa (grascia) ed era più pregiata, al contrario veniva chiamata magra (macra), questa differenza era causata principalmente dalle impurità presenti nella pietra calcarea.

Cucchiara e cucchiarina, strumenti utilizzati per la messa in opera della malta.
Quando l’acqua raggiungeva la quantità sufficiente per il completo spegnimento l’impasto assumeva l’aspetto di una poltiglia lattiginosa (latte di calce) che lasciato raffreddare e sedimentare, si trasformava in una massa bianca, plastica e untuosa, che prende il nome di grassello. Lo spegnimento si concludeva infine con una lunga stagionatura della massa in apposite vasche, procedimento molto importante, poiché il calcare nel Salento ha forti dosi di salinità. Paradossalmente ai giorni nostri la calce è prodotta mediante procedimenti industrializzati, il prodotto semilavorato arriva direttamente in cantiere all’interno di sacchi ermetici già premiscelati e pronti all’uso.
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Pubblicato il 12 Settembre 2009